La battaglia all’Aids continua, incessante, attraverso attente campagne di sensibilizzazione, ma anche tramite la ricerca. Una ricerca che è arrivata ad una nuova frontiera, le cui particolarità sono state rese note sulla rivista specialistica Lancet, e curate dall’Imperial College di Londra.
Secondo il laboratorio di analisi londinese, un trattamento antibiotico sarebbe in grado di ridurre, in maniera peraltro significativa, i decessi legati all’Aids. Un’affermazione, questa, venuta fuori a seguito di una ricerca portata avanti su oltre 3mila casi, in Uganda.
Una terapia a base di antiretrovirali, una dose di co-trimossazolo basterebbe, secondo gli scienziati, per portare a risultati importanti. E se si considera che il co-trimossazolo risulta come uno degli antibiotici meno costosi sul mercato, ecco che la ricerca risulta di prim’ordine nel panorama medico mondiale.
A parlare sono i numeri: un trattamento lungo 18 mesi avrebbe visto i decessi scendere del 59 per cento e, dopo 72 settimane, del 44 per cento. Il tutto per davvero pochi centesimi al giorno, come testimoniano gli scienziati dell’Imperial College di Londra.
Ma nel frattempo, la nuova scoperta ha rappresentato l’occasione per sottolineare di come le morti per Aids siano comunque diminuite nell’ultimo periodo, grazie ad un’attività di prevenzione pressante da parte di tutta la medicina mondiale. In percentuale, il regresso si attesta al 17 per cento, con un dato pressoché uguale anche in zone critiche come l’Africa sub-sahariana.
Contrastanti i dati in Asia, dove si registrano diminuzioni del 25 per cento nell’area orientale, mentre solo del 10 per cento nel sud est del continente. “La trasmissione in Asia in passato passava attraverso la prostituzione e l’uso di droga per endovena – spiega Michel Sidibé, direttore esecutivo di Unaids – ma ora sta aumentando il passaggio attraverso le coppie eterosessuali”.
“La buona notizia – ha commentato ancora Sibidé – è che il declino delle infezioni è legato in gran parte alla prevenzione. Ma i dati ci dicono anche che spesso i programmi di prevenzione non centrano l’obiettivo e che, ottimizzando le risorse e gli interventi, le azioni potrebbero avere un impatto ancora maggiore, i miglioramenti potrebbero essere più rapidi e più vite potrebbero essere salvate”.
di Matteo Aldamonte







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