L’Italia e il diabete, un male da curare che viene però trattato in maniera diversa, troppo diversa, tra Nord e Sud del paese. E’ questo il tema al centro dell’attenzione durante l’intevento del responsabile del reparto di Diabetologia del policlinico Gemelli di Roma, Salvatore Caputo, intervenuto nel corso del Congresso mondiale sul diabete di Dubai.
Le differenze tra le due parti del Belpaese si notano in più campi, passando dalla cura e finendo all’assistenza per i malati di diabete. E per questa motivazione, sono maggiori al Meridione i casi di pazienti che scoprono la patologia quando la stessa ha già raggiunto uno stato avanzato, quando dunque vi sono già delle complicanze difficili da curare o comunque da arginare.
Passando invece alla situazione internazionale, l’esperto italiano ha fatto il punto della situazione, portando all’attenzione una serie di numeri riguardanti la ricerca sul diabete in tutto il mondo.
”Lo studio internazionale Solve – ha dichiarato Caputo durante il Congresso di Dubai – è stato condotto su 20 mila persone, di cui 4.600 italiani, affette da diabete. Nove i paesi coinvolti: vari Paesi Ue, più Turchia, Israele, Cina e Canada. I risultati non sono brillanti”.
”Emerge infatti – afferma – che in tutti i paesi, inclusa l’Italia, i pazienti arrivano alla terapia insulinica troppo tardi e con la malattia conclamata”. Tre pazienti su dieci arrivano alla terapia con insulina quando già hanno complicanze ad occhi e reni, e uno su dieci vi arriva dopo aver avuto già un infarto.
Il problema principale, dunque, sta nel cercare di individuare la patologia in tempi anticipati, quando la stessa è ancora curabile. Ed è su questo versante, come spiegato dallo stesso Caputo, che dovrà concentrarsi la ricerca internazionale negli anni avvenire.
di Matteo Aldamonte







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