Arriva da Philadelphia, negli USA, ma dal lavoro di ricercatori italiani, una nuova scoperta nell’ambito della medicina, e riguardante la leucemia linfoblastica acuta, ovvero l’alterazione genetica più frequente nelle forme acute di leucemia fra gli adulti (20-30 per cento dei casi) e negli over 50 (oltre il 50 per cento dei casi).
[Leucemia linfoblastica acuta]
È una neoplasia maligna che origina nel midollo emopoietico da cellule della serie linfoide. Nel midollo esistono due grandi categorie (o serie ) di cellule: la linfoide (che comprende un tipo di globuli bianchi, i linfociti, e le plasmacellule che da essi originano) e la mieloide ( detta anche non linfoide) che comprende in pratica tutti gli altri tipi di cellule (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e loro precursori).Le cellule più immature di entrambe le serie vengono chiamate blasti ed in condizioni normali sono meno del 5% di tutte le cellule midollari.
Se la trasformazione tumorale riguarda i blasti della serie linfoide si parla di leucemia linfoblastica (o linfatica o linfoide) acuta; negli altri casi si parla di leucemia non linfoblastica (o mieloide o mieloblastica) acuta. Nelle leucemie acute i blasti midollari sono in genere superiori al 20% di tutte le cellule del midollo. Inoltre compaiono in variabile proporzione anche nel sangue periferico, dove normalmente sono assenti.
I ricercatori italiani, ematologi dell’Azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Modena, guidati dal dottor Mario Luppi, hanno portato alla luce, per la prima volta, la presenza di linfociti T, ovvero organismi capaci di individuare ed uccidere le cellule malate.
Ed è proprio in tal senso che si sta muovendo il team italiano: generare un farmaco capace colpire questo ‘difetto’ cromosomico della leucemia, e di creare, al tempo stesso, nuovi linfociti T, arma in più verso una cura più completa. Ed alcuni test portati avanti su 10 pazienti hanno mostrato, sino ad ora, risultati molto incoraggianti.
“La nostra idea – spiega il dottor Luppi in una nota – era che questi linfociti T potessero avere un ruolo attivo nel controllare e spegnere la malattia leucemica in questi pazienti. Pertanto abbiamo messo a punto una serie di metodiche di studio immunologico per dimostrare che questi linfociti presenti in grande abbondanza sia nel midollo osseo sia, seppure con minore frequenza, nel sangue periferico sono in grado di svolgere una funzione antitumorale, mediante la produzione di sostanze o citochine, come l’interferone gamma, e di esercitare un effetto diretto di lisi, ovvero di distruzione delle cellule leucemiche stesse”.
E se la ricerca, mirata a combattere la leucemia linfoblastica acuta, prosegue, Giuseppe Torelli, direttore della Struttura complessa di ematologia del Policlinico di Modena sostiene che “il fenomeno da noi descritto sia un fenomeno piu’ generale, che possa valere la pena di essere studiato anche in altri contesti clinici, ed in particolare anche in pazienti con tumori solidi, attualmente in cura con farmaci appartenenti alla stessa classe di inibitori”.
di Matteo Aldamonte







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